
Una verosimile finzione letteraria.

U. Eco: il secondo libro della Poetica di Aristotele

Umberto Eco ha scritto un romanzo in cui la finzione si mescola
alla realt raccontata da documenti storici; i personaggi nati
dalla fantasia dialogano e interagiscono con uomini realmente
esistiti. Il risultato dell'operazione - proprio per questo
riuscita -  che non si corre il pericolo di considerare storico
il fantastico, ma, viceversa, anche la storia appare come
narrazione fantastica. La trama ruota su una serie di inspiegabili
omicidi e si conclude con la scoperta dell'assassino da parte del
frate investigatore Guglielmo di Baskerville, accompagnato dal
novizio benedettino Adso di Melk. Il responsabile della strage di
confratelli  il vecchio monaco cieco Jorge, che ha commesso la
serie di delitti per nascondere il contenuto e l'esistenza stessa
di un testo di Aristotele - il secondo libro della Poetica - nella
biblioteca del monastero. Le motivazioni dell'odio del vecchio
Jorge per Aristotele non sono legate soltanto a quel libro sulla
commedia, andato poi distrutto nell'incendio con cui si chiude il
romanzo, ma al ruolo che il Filosofo va assumendo nel mondo
cristiano. Umberto Eco riesce a presentare in maniera molto
suggestiva quello che doveva essere il clima filosofico
dell'Europa agli inizi del quattordicesimo secolo - epoca in cui 
ambientato il romanzo -: l'aristotelismo, soprattutto grazie
all'opera di Tommaso d'Aquino-  ormai accettato all'interno della
chiesa (su Aristotele ormai giurano anche i santi e i pontefici)
e ha innescato un processo irreversibile in cui la ragione avr
uno spazio sempre maggiore anche nelle questioni di fede: il
cristianesimo occidentale, come cultura dominante, sar il
cristianesimo dei gesuiti, di Descartes, di Leibniz e di Kant,
piuttosto che quello di Pascal e dei giansenisti

U. Eco, Il nome della rosa, Settimo giorno, notte.

Guglielmo lesse le prime righe, prima in greco, poi traducendo in
latino e continuando poi in questa lingua, in modo che anch'io
potei apprendere come iniziava il libro fatale.
Nel primo libro abbiamo trattato della tragedia e di come essa
suscitando piet e paura produca la purificazione di tali
sentimenti. Come avevamo promesso, trattiamo ora della commedia
(nonch della satira e del mimo) e di come suscitando il piacere
del ridicolo essa pervenga alla purificazione di tale passione. Di
quanto tale passione sia degna di considerazione abbiamo gi detto
nel libro sull'anima, in quanto - solo tra tutti gli animali -
l'uomo  capace di ridere. Definiremo dunque di quale tipo di
azioni sia mimesi la commedia, quindi esamineremo i modi in cui la
commedia suscita il riso, e questi modi sono i fatti e l'eloquio.
Mostreremo come il ridicolo dei fatti nasca dalla assimilazione
del migliore al peggiore e viceversa, dal sorprendere ingannando,
dall'impossibile e dalla violazione delle leggi di natura,
dall'irrilevante e dall'incoseguente, dall'abbassamento dei
personaggi, dall'uso delle pantomime buffonesche e volgari, dalla
disarmonia, dalla scelta delle cose meno degne. Mostreremo quindi
come il ridicolo dell'eloquio nasca dagli equivoci tra parole
simili per cose diverse e diverse per cose simili, dalla garrulit
e dalla ripetizione, dai giochi di parole, dai diminutivi, dagli
errori di pronuncia e dai barbarismi ....
Guglielmo traduceva a fatica, cercando le parole giuste,
arrestandosi a tratti. Traducendo sorrideva, come se riconoscesse
cose che si attendeva di trovare.
[...].
Ma ora dimmi, stava dicendo Guglielmo, perch? Perch hai
voluto proteggere questo libro pi di tanti altri? [...] Ci sono
tanti altri libri che parlano della commedia, tanti altri ancora
che contengono l'elogio del riso. Perch questo ti incuteva tanto
spavento?.
Perch era del Filosofo. Ogni libro di quell'uomo ha distrutto
una parte della sapienza che la cristianit aveva accumulato lungo
i secoli. I padri avevano detto ci che occorreva sapere sulla
sapienza del Verbo, ed  bastato che Boezio commentasse il
Filosofo perch il mistero divino del Verbo si trasformasse nella
parodia umana delle categorie e del sillogismo. Il libro del
Genesi dice quello che bisogna sapere sulla composizione del
cosmo, ed  bastato che si riscoprissero i libri fisici del
Filosofo, perch l'universo fosse ripensato in termini di materia
sorda e viscida, e perch l'arabo Averro quasi convincesse tutti
dell'eternit del mondo. Sapevamo tutto sui nomi divini, e il
domenicano seppellito da Abbone - sedotto dal Filosofo - li ha
rinominati secondo i sentieri orgogliosi della ragione naturale.
Cos il cosmo, che per l'Aereopagita si manifestava a chi sapesse
guardare in alto la cascata luminosa della causa prima esemplare,
 diventato una riserva di indizi terrestri dai quali si risale
per nominare un'astratta efficienza. Prima guardavamo al cielo,
degnando di uno sguardo corrucciato la melma della materia, ora
guardiamo alla terra, e crediamo al cielo sulla testimonianza
della terra. Ogni parola del Filosofo, su cui ormai giurano anche
i santi e i pontefici, ha capovolto l'immagine del mondo. Ma egli
non era riuscito a capovolgere l'immagine di Dio. Se questo libro
diventasse ... fosse diventato materia di aperta interpretazione,
avremmo varcato l'ultimo limite.
[Jorge spiega a Guglielmo perch in particolare si sia opposto a
far conoscere il libro che attribuisce al riso una funzione
catartica:].
[...] Che il riso sia proprio dell'uomo  segno del nostro limite
di peccatori. Ma da questo libro quante menti corrotte come la tua
trarrebbero l'estremo sillogismo, per cui il riso  il fine
dell'uomo! Il riso distoglie, per alcuni istanti, il villano dalla
paura. Ma la legge si impone attraverso la paura, il cui nome vero
 timor di Dio. E da questo libro potrebbe partire la scintilla
luciferina che appiccherebbe al mondo intero un nuovo incendio: e
il riso si disegnerebbe come l'arte nuova, ignota persino a
Prometeo, per annullare la paura. [...]

 (U. Eco, Il nome della rosa, Bompiani, Milano, 1983 10, pagine
471-472; pagine 476-478).

